La recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti riporta gli States indietro di cinquant’anni, prima del 22 gennaio 1973, data in cui la sentenza Roe vs Wade rese l’aborto praticabile in tutta la nazione ancorando al 14° emendamento l’autodeterminazione della donna sul proprio corpo.
Da un diritto costituzionalmente protetto a livello federale, dunque, si passa alla normativa dei singoli stati: il che, significa che la possibilità di abortire dipenderà dallo stato in cui si vive o dalla possibilità – anche economica – di spostarsi in un altro stato.
Una decisione che è figlia del retaggio di una destra sempre più ultraconservatrice, di un profilo della Corte disegnato da Trump a propria immagine e somiglianza, di una mentalità sempre più vendicativa di fronte a un ordine patriarcale che traballa e degenera sempre più. Ma sarebbe un errore fatale pensare che si tratti di una questione che non ci riguarda solo perché accaduta dall’altra parte del mondo.
L’aborto in Italia
Nel nostro Paese, il diritto all’aborto è regolamentato dalla legge 194/78 che stabilisce le procedure da seguire in caso di interruzione volontaria di gravidanza, che può essere richiesta entro i primi 90 giorni di gestazione; oltre i 90 giorni, è ammessa solo quando la gravidanza stessa o il parto comportino rischi per la vita della donna o del feto o quando vengono accertate patologie del nascituro che determinano un grave pericolo per la salute fisica e psichica della gestante.
Un diritto, quello all’aborto, che, su carta, è ben tutelato, anche a livello europeo. In merito, la Presidente della Commissione Europea è stata ben chiara: “Nell’UE sui diritti delle donne non si arretra”.
Ma ci sono dei “ma”. Perché è fortemente presente il problema degli obiettori di coscienza: i dati relativi al 2020 confermano un’alta percentuale di obiettori. In particolare, oltre il 64% dei ginecologi si dichiara obiettore; oltre il 44% degli anestesisti si dichiara obiettore; oltre il 36% del personale sanitario non medico si dichiara obiettore. E risultano disponibili 2,9 punti IVG ogni 100 mila donne in età fertile. Dati che mettono in pericolo la legge 194.
Sul fronte politico il dibattito rimane acceso, con alcuni esponenti della destra conservatrice – come Mario Adinolfi o Simone Pillon – che non solo costruiscono le proprie argomentazioni con una retorica che colpevolizza la donna, ma che hanno esultato per la sentenza negli USA e che vorrebbero portare “questa brezza” anche in Italia.
La questione dell’aborto si inserisce sicuramente in un dibattito di cambiamenti sociali che sono la lunga coda del Sessantotto, che producono argomenti e ambienti di discussione in cui la sessualità – soprattutto quella femminile – non vuole più essere un tabù, ma che generano una reazione uguale e contraria che fa del ripristino del dominio maschile sulle donne un elemento non accessorio ma cruciale.
